Vicende

I FATTI DELLA GUERRA AUSTRO – NAPOLETANA

foto_cartina_rrDopo l’alleanza con l’Austria sottoscritta allo scopo di salvare il regno di Napoli, il re Gioachino Murat partecipa nel 1814 con il proprio esercito alle operazioni contro i Francesi nella Pianura Padana, ma la condotta in quelle operazioni, che appare poco risoluta, provoca i sospetti dei nuovi alleati. Murat, valoroso generale francese che ha partecipato a tutte le guerre napoleoniche, torna nel Regno di Napoli, affidatogli nel 1808 dal cognato Napoleone Bonaparte, in un clima d’incertezza e inquietudine. Le potenze vincitrici, in primis Austria, Russia, Inghilterra e Prussia stanno operando nel congresso convocato a Vienna per restaurare l’assetto europeo precedente alla Rivoluzione Francese. L’idillio iniziale con la Carboneria che inizialmente aveva favorito, è già svanito di fronte al fatto che non c’erano state aperture costituzionali e addirittura si presta orecchio alle promesse di re Ferdinando IV di Borbone relegato nel regno di Sicilia e sostenuto dagli Inglesi di concedere lo statuto.

Il 4 marzo 1815, alla sera, giunge a Napoli la notizia ufficiale che il 26 febbraio Napoleone si è imbarcato da Portoferraio verso la Francia con mille soldati. Murat invia alle corti d’Austria e Inghilterra delle missive nelle quali conferma loro che la sua alleanza rimane qualsiasi sia l’esito dell’impresa di Napoleone. In realtà confida che il cognato impegni le truppe alleate affinché queste indeboliscano il fronte italiano. Murat intende approfittarne allo scopo di impadronirsi dell’Italia per poi patteggiare con l’Austria o con la Francia.

La sua posizione, però, non pare condivisa dai consiglieri, dagli amici e dalla moglie Carolina Bonaparte, sorella dell’Imperatore. Murat li convoca non tanto per ascoltarne le indicazioni ma per convincerli del vantaggio di intraprendere un’impresa bellica alla conquista dell’Italia. Rappresenta l’esercito napoletano forte di 80mila soldati e 14 battaglioni di milizie provinciali. L’Italia nelle zone attorno al Po prepara una sommossa a suo favore e cita nomi di suoi partigiani nel Lombardo Veneto e forze che avrebbero posto a sua disposizione. Non convince il consesso che gli suggerisce invece di attendere le risposte da Vienna e Londra alle lettere inviate il 5 marzo. Questo gli darebbe modo di scoprire le reali intenzioni dell’Austria sul trono di Napoli (se intende far tornare Ferdinando IV dalla Sicilia) e la decisione del Congresso di Vienna sul futuro della Francia e il nuovo assetto d’Europa.

Il 15 marzo 1815 si rendono chiari i piani per la guerra, pur non essendo pienamente definiti. L’esercito, di cui il re Gioachino è il capo supremo, è in realtà composto teoricamente di 52mila soldati, ma in pratica essi non superano le 35mila unità, ha poi 5mila cavalli e 60 cannoni. E’ diviso in due parti, la Guardia (6mila soldati in due legioni, una di fanti, l’altra di cavalieri) al comando dei generali Pignatelli-Strongoli e Livon, e la Linea (4 legioni, una di cavalieri e tre di fanti per 29mila combattenti) guidata dai generali Carrascosa, D’Ambrosio, Lecchi e Rossetti. Capo di Stato maggiore è il generale Millet, comandante del Genio il generale Colletta e dell’Artiglieria il generale Pedrinelli.

La preparazione tecnica è assai modesta e ci sono tre reggimenti con uomini provenienti da carcere o galee. Almeno un terzo dei comandanti è francese e questo accade in un periodo in cui non ci sono rapporti facili tra italiani e transalpini. La disciplina è debole, le disponibilità economiche praticamente nulle.

Il 22 marzo le truppe iniziano a muoversi verso il Nord divise: due legioni della Guardia si dirigono verso Roma, quattro verso le Marche. Murat chiede al papa Pio VII l’autorizzazione al passaggio che il Santo Padre gli nega, poi il Papa fugge verso Genova e l’esercito passa attraverso lo Stato Pontificio, peraltro senza toccare Roma, bensì pagando i viveri e osservando la disciplina.
Ancora una volta, dal suo quartier generale posto ad Ancona, Murat conferma ad Austria e Inghilterra di voler rispettare gli accordi e giustifica la sua avanzata verso Nord con ragioni di sicurezza del suo Stato. L’Austria che è in possesso diretto del Lombardo Veneto ma ha truppe più a sud del Po nei centri nevralgici dell’Italia centrale aumenta la sua diffidenza e si prepara a spedire nuove schiere a fronteggiare il Re di Napoli. Comandante delle sue truppe è il generale Frimont con i colleghi Bianchi, Mohr, Neipperg e Weid (4mila fanti, 7mila soldati di cavalleria e fanteria con 64 cannoni). Sono forze numericamente inferiori, ma qualitativamente miglior e adeguatamente addestrate. La maggior parte è accampata a nord del Po, la minore sull’altra sponda. Sul Po ci sono quattro ponti, strategicamente fondamentali: Piacenza, Borgoforte, Occhiobello e Lagoscuro. Guarnigioni sono presenti anche a Comacchio e sul Po di Goro. Centri di concentramento e smistamento truppe sono Rovigo e Adria in Polesine. L’Austria occupa le fortezze di Ferrara e Alessandria e ha appoggi nelle fortezze di Pizzighettone, Mantova e Legnago.
La guerra del Regno di Napoli contro l’Austria è proclamata il 30 marzo 1815. Murat aggrega al suo regno le province delle Marche e i distretti di Urbino, Pesaro e Gubbio. A Rimini egli diffonde il Proclama di Rimini, editto contro l’infedeltà dell’Austria, ha come obiettivo chiamare a raccolta nel suo esercito gli Italiani con obiettivo l’indipendenza nazionale, promettendo la libera Costituzione.
Mentre Murat conta sulla diffusione del Proclama di Rimini, l’avanguardia del suo esercito (Carrascosa) assalta Cesena (2500 soldati austriaci). I difensori si ritirano a Forlì, Imola e Bologna difesa dalle truppe del generale Federico Bianchi che si ritura verso Cento e Modena. Il 2 aprile 1815 i napoletani entrano in Bologna.

Il 4 aprile la prima legione spinge gli austriaci oltre il Panaro, valicabile sul ponte Sant’Agostino, munito di opere difensive e di soldati. Tre volte gli attacchi voluti da Murat sono respinti. Il generale Filangeri varca il ponte con 24 uomini non seguito da altre truppe compie un’azione valorosa ma inutile. Solo dopo l’intervento diretto di Murat impone al generale Bianchi di ritirarsi. Nello stesso giorno e nei due seguenti, la seconda legione napoletana entra a Ferrara e le truppe austriache, un migliaio di uomini, riparano nella cittadella. Nel frattempo, i napoletani occupano tutte le zone tra il Panaro e la Secchia.

Il 7 aprile, non appena fa luce, la seconda legione investe Occhiobello. Il ponte sul Po è difeso sul lato sud da una testa di ponte fortificata, dietro la quale gli austriaci, pur respinti nelle loro sortite per cacciare l’invasore, resistono pur essendo di numero inferiore. Il generale Federico Bianchi è chiamato a controllare anche questo fronte, sul quale vengono fatte affluire delle truppe dalla Lombardia e dal Veneto, acquartierate a Rovigo. Nonostante il Genio sostenga l’opportunità di portare cannoni di maggior potenza e gittata di quelli da campo e di dar modo all’artiglieria di preparare la strada alle truppe napoletane verso il ponte, Murat, impaziente di voler cogliere un successo, manda per ben sei volte all’assalto del ponte i suoi uomini. Tutto è inutile, gli austriaci, nel frattempo rafforzatisi, respingono gli attacchi. Molti soldati e ufficiali sono uccisi o feriti e il re è in costante pericolo. A fine giornata dell’8 aprile le perdite consistenti senza alcun progresso inducono il re a tornare a Bologna.

Negli stessi giorni, le truppe della Guardia, pur avendo accumulato un ritardo sulle previsioni, giungono a Firenze: gli austriaci al comando di Nugent si ritirano a Pistoia facendo perdere altro tempo alle truppe napoletane.

Sul piano diplomatico, però, lord Bentick informa Murat che l’Inghilterra è decisa a scendere a fianco dell’Austria dato che Murat ha rotto i patti sottoscritti.

Privo di successi consistenti sul fronte nord, Murat deve fare i conti con le diserzioni del suo esercito e, soprattutto deve constatare che il proclama di Rimini non ha prodotto effetti sostanziali. La mancanza di credibilità anche per le giravolte diplomatiche dell’ultimo biennio in cui s’è mschierato due volte contro gli austriaci e altrettante contro Napoleone lo danneggia pesantemente. Gli si sono avvicinati pochi patrioti e addirittura, in campo avverso, un reggimento modenese rafforza il generale Bianchi, ben due toscani sono a fianco di Nugent. La debolezza di Murat dipende dunque dalla lentezza delle operazioni in Toscana (a Occhiobello ha dovuto schierare i suoi su una sola linea, senza riserve), la tregua rotta dall’Inghilterra e le promesse tradite dal popolo e dai partigiani d’Italia. Tutto ciò gli impone un ritiro dalla zona del Po per cercare di congiungere le proprie truppe in Appennino.

In riva al Po gli austriaci passano rapidamente da 24mila a 48mila effettivi e attaccano Carpi, dove il generale Guglielmo Pepe inizialmente resiste, poi è costretto a ritirarsi altrimenti rischia di perdere il contatto con il grosso dell’esercito napoletano. Sul fronte veneto-ferrarese, gli austriaci costringono a sloggiare il 12 aprile le truppe attestate a Casaglia; il 15 aprile i napoletani perdono entrambe le sponde del Panaro. Non resta difesa sul Reno e nello stesso giorno l’esercito abbandona Bologna.

Gli austriaci ora contrattaccano con 46mila effettivi. 30mila uomini guidati da Bianchi scendono su Firenze, 16mila con Neipperg prendono la via Emilia.

Siccome i due eserciti austriaci sono separati, Murat decide di affrontare Bianchi nelle Marche, prima che si unica al collega Neipperg che cerca di tenere impegnato. In realtà tutto l’esercito di Murat sta lasciando Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia e Ancona (29 aprile). Il 30 è a Macerata. Nello stesso giorno, Neipperg è a Fano, Bianchi a Tolentino. La tenaglia sta per stringersi.

Battle_of_TolentinoLa battaglia di Tolentino (2-3 maggio 1815) segna l’inizio della fine dell’impresa di Murat. La battaglia è aspra e dura due giorni, si verificano incomprensioni e mancano i collegamenti tra le forze napoletane. Contro le armate del generale Bianchi, meglio guidate, il valore non basta di fronte all’indisciplina e il disordine. Notizie preoccupanti che giungono da Napoli sull’intervento inglese e sulla parte delle truppe austriache affidate al Nugent che si sta dirigendo verso i confini del Regno, inducono Murat ancora una volta a ritirarsi verso l’Abruzzo.  A Pescara, Murat concede la costituzione che porta la data del 30 marzo (quella del Proclama di Rimini), ma è in realtà del 12 maggio ed è pubblicata il 18 a firma del generale Millet, un francese.  Ma è davvero troppo tardi. L’arrivo nel golfo di Napoli delle navi inglesi segna il tracollo. Il 20 maggio i generali Carrascosa e Colletta negoziano con i generali Neipperg e Bianchi la resa con il cosiddetto trattato di Casalanza. Moglie e figli di Gioachino partono per Trieste, il 22 marzo Murat fa vela da Ischia verso la Francia sperando di trovare rifugio e comprensione da parte del cognato Napoleone. In poco tempo anche le fortune dell’Imperatore tramontano definitivamente.

Solo, braccato, Gioachino Murat si rifugia in Corsica ad Ajaccio. Da qui s’imbarca con pochi seguaci verso le coste della Calabria. Forse tradito, viene lasciato a Pizzo Calabro dove spera, ripresentandosi al suo popolo, di sollevarlo contro il Borbone. Nulla di tutto ciò. Arrestato, viene condannato a morte e fucilato il 13 ottobre 1815.

LE OPERAZIONI BELLICHE DI OCCHIOBELLO
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La battaglia di Occhiobello svoltasi il 7 e l’8 aprile 1815 sulla riva destra del fiume Po, che segnava il confine tra le Legazioni e il Lombardo Veneto, vicereame dell’Impero asburgico, è il punto di svolta della campagna bellica del re di Napoli Gioacchino Murat, volta a conquistare l’Italia e a renderla indipendente sotto il suo regno.
L’episodio d’armi è inserito in un più vasto scenario di guerra e di battaglie nella pianura padana nella breve guerra austro-napoletana.
Accanto allo svolgimento di scontri specialmente nella zona del fiume Panaro, essa rappresenta il primo tentativo di un esercito, al quale Gioacchino Murat aveva inteso dare connotazioni nazionali, di penetrare nel territorio del Lombardo-Veneto sotto il diretto controllo dell’Austria.
Occhiobello era uno dei quattro ponti fortificati esistenti sul fiume Po, assieme a Lagoscuro, Borgoforte e Piacenza.
La testa di ponte di Occhiobello era un valico controllato dalle truppe di confine austriache rinforzato da fortificazioni campali sulla sponda meridionale del fiume. Il 6 aprile 1815, a seguito dell’avanzata delle truppe di Murat, era dotato di quattro trincee per la fanteria e una quinta era in allestimento. Immediatamente prima del ponte c’era un ridotto, una fortificazione di minore importanza, parte integrante di un sistema difensivo più ampio, usata dai soldati e anche come deposito di materiali bellici.
Sulla sponda settentrionale del fiume, quindi a ridosso dell’abitato di Occhiobello, erano piazzate tre batterie e vi era stanziata una guarnigione formata dai reggimenti Wied-Runker e Beaulieu con 2760 uomini comandati dal generale Von Mohr. A difesa della vicina cittadella di Ferrara, era stato inviato il generale maggiore barone Lauer che disponeva di duemila uomini.
Occhiobello rappresentava il punto più sicuro dal quale l’esercito di Murat avrebbe potuto penetrare nel Lombardo Veneto. La sua conquista e il successivo passaggio nel Veneto avrebbero garantito la possibilità di puntare verso Venezia, o anche quella di attaccare l’esercito austriaco a ovest concentrato a difesa degli altri ponti in particolare di Borgoforte, sotto pressione da sud, ma particolarmente muniti nelle piazzeforti di Pizzighettone, Legnago e Mantova.
L’esercito napoletano da Ravenna (dove sono stanziati 7mila uomini), escludendo le valli di Comacchio (che consentono lo spostamento a sud del Po delle truppe austriache tramite il Po di Goro), aveva occupato il corso del fiume Panaro fino a Ferrara, la riva destra del Po fino a Sant’Ambrogio e gran parte del territorio fino al Secchia tra Modena e Reggio.
er le posizioni assunte su un fronte piuttosto ampio, non si poteva tentare un attacco congiunto su Occhiobello, Borgoforte e Piacenza, perché la prima divisione, in zona Reggio Emilia non poteva marciare su Piacenza senza scoprire Bologna; avrebbe anche esposto l’ala destra della Terza divisione piazzata fra Cento, Finale Emilia e Bondeno. Se si fosse attaccato direttamente Borgoforte si sarebbero indebolite le posizioni delle altre due divisioni.
Davanti a Occhiobello, l’esercito napoletano con la sua seconda divisione comandata dal generale Angelo D’Ambrosio, era disposto su una sola linea ed era senza riserve. La Guardia, rimasta in ritardo a Bologna, non poteva giungere a ridosso del Po prima del 10 aprile.
Nella mattinata del 7 aprile, la Seconda divisione marciò verso Vallonga e il ponte di Occhiobello. Per gli austriaci sarebbe stato impossibile affrontare i napoletani in campo aperto perciò le truppe si ritirarono nelle costruzioni di Vallonga. Nei pressi i napoletani stabilirono una batteria di artiglieria formata da un paio di cannoni da campagna.
Le difese della testa di ponte erano costituite anche da un sistema di specchi legati da alcune cortine entro un sistema di lunette, bastioni isolati per scopi difensivi.
Gli attacchi furono valorosi, ma effettuati alla cieca, le truppe napoletane non si potevano accertare se nel terrapieno della testate vi fossero degli steccati e se, nelle costruzioni, vi fossero dei cavalli di frisia. Il sistema difensivo austriaco era ben congegnato, ma da una particolare posizione, sulla destra del ponte, verso Casaglia, le batterie napoletane avrebbero potuto colpire il ponte a tiro diretto. A tal proposito gli ufficiali del Genio comandati dal generale Colletta proposero al re Murat, sul posto per le operazioni, di installare delle batterie fisse in grado di costringere gli austriaci a evacuare la testa di ponte. Sarebbero stati necessari due giorni e due notti di lavoro. Ma il re, impaziente di cogliere un successo che sarebbe stato decisivo per la campagna, diede l’ordine di attaccare. Gli austriaci furono respinti nel loro tentativo di uscita dalle fortificazioni per ricacciare indietro i napoletani, e si dovettero ritirare al coperto, ma le sei cariche degli assalitori dell’8 aprile furono anch’esse fermate e respinte. Nel corso dei combattimenti il generale Colletta e il generale D’Ambrosio persero i loro cavalli e fu in quell’occasione che, secondo quanto viene raccontato, il re Murat avrebbe pronunciato la famosa frase: “Come mirano bene costoro”.
A sera dell’8 aprile, visti infruttuosi gli attacchi che misero fuori combattimento tra morti e feriti, circa 2000 uomini, a fronte di 400 perdite degli austriaci, Murat ordinò di sospendere gli attacchi e si ritirò, preoccupato per le notizie che giungevano da Napoli sulla dichiarazione di guerra dell’Inghilterra e sulla debolezza dei confini del suo regno. La seconda divisione restò dunque sotto Occhiobello, mentre Murat diede l’ordine al Genio di piazzare la batteria in zona Casaglia.
A Occhiobello, però, arrivarono i rinforzi austriaci e i napoletani non vi si potevano opporre mancando di riserve.
Si puntava su uno stallo che permettesse l’arrivo da Bologna delle divisioni della Guardia.
Il 10 aprile gli austriaco del generale Federico Bianchi attaccarono Carpi che resistè qualche tempo, poi il generale Guglielmo Pepe si rifugiò temporaneamente a Modena per poi abbandonarla. I napoletani presero posizione sulla destra del Panaro con la prima divisione, ma la posizione sotto Occhiobello, di fronte alla controffensiva austriaca diventò sempre più allarmante. Grazie ai rinforzi ricevuti nel frattempo, gli austriaci fecero avanzare ottomila fanti, 500 cavalieri e 12 cannoni a Casaglia che, dopo un breve combattimento, fu abbandonata e D’Ambrosio si ritirò a Malalbergo cedendo Ferrara, mentre la terza divisione, dopo Bondeno e Finale Emilia, abbandonò Ferrara e si concentrò a Cento. Il 13 aprile, gli austriaci diedero vita a una controffensiva su larga scala e Murat ordinò la ritirata definitiva.

Il presente testo è tratto da H. Zima “Murat ovvero il sogno di un’Italia unita” e da A. D’Ambrosio “Murat nel 1815, memorie e corrispondenze” editi dall’Associazione Tolentino 1815.